C'era una volta una rispettabile coppia di anziani che vivevano sulla costa, e per vivere facevano i pescatori. Avevano solo un figlio, un maschio, che era per loro gioia e orgoglio; per amor suo erano disposti ai più duri sacrifici, senza sentirsi mai stanchi o scontenti della loro vita. Questo figlio si chiamava Urashimataro, che in giapponese significa «Figlio dell'Isola», ed era ormai un bel giovanotto venuto su bene, e un buon pescatore, che non si fermava mai, né dal vento, né dalle intemperie. Neanche il più coraggioso dei marinai in tutto il villaggio osava sfidare l'avventura spingendosi tanto al largo quanto Urashimataro, e infatti, molte volte la gente del villaggio aveva l'abitudine di fare cenni di disapprovazione, dicendo ai suoi genitori: "Se vostro figlio continuerà ad essere così imprudente quando va per mare, e se continuerà a sfidare la fortuna in questo modo, prima o poi le onde finiranno per inghiottirlo." Ma Urashimataro non badava a quei commenti, e siccome era molto esperto e in gamba nel guidare la sua barca, i suoi genitori raramente si preoccupavano per lui.

Una luminosa mattina, nel tirare su le reti colme di pesci, vide in mezzo a loro una piccola tartaruga. Fu sorpreso e deliziato dalla sua bellezza, così la gettò su un vascello di legno per portarsela a casa, quando improvvisamente la tartarughina sentì la sua voce, e, tutta tremante, lo pregò di lasciarla andare. "In fondo," disse, "cosa posso fare di buono io per te? Sono ancora così piccola e giovane, che vorrei vivere ancora un pò. Ti prego, abbi pietà di me e lasciami andare, vedrai che saprò dimostrarti la mia gratitudine." Urashimataro era buono e gentile, e inoltre, non avrebbe mai potuto dire di no, così, riprese in mano la tartaruga e la rimise in acqua.

Passarono alcuni anni, e come ogni mattina, Urashimataro salpava con la sua barca diretto verso il mare profondo. Ma un giorno, mentre stava cercando di raggiungere una piccola baia tra gli scogli, si alzò una tromba d'aria che mandò in frantumi la barca, e fu risucchiata dalle onde. Urashimataro stava per fare la stessa fine, ma per sua fortuna era un ottimo nuotatore, e riuscì fortunosamente a raggiungere la riva. Allora vide un'enorme tartaruga venirgli incontro, e da sopra la furia della tempesta, sentì qualcuno dire: "Io sono la tartaruga che tu salvasti, e ora vengo per ripagare il mio debito e mostrarti la mia gratitudine. Vedi la terraferma laggiù? E' troppo distante per te, e senza il mio aiuto non ci arriveresti mai, perciò, salimi in groppa, e io ti ci porterò." Urashimataro non se lo fece ripetere due volte, ringraziò e accettò senza esitare. Ma appena ebbe raggiunto la spiaggia, la tartaruga gli propose di non tornare più indietro, ma di seguirlo nelle profondità del mare, per vedere le meraviglie che si nascondevano laggiù. Il giovane accettò volentieri, e in un attimo i due si trovarono nelle profondità del mare, a metri di distanza dalla superficie. Oh, quanto velocemente essi dardeggiavano tra le quiete e caldi acquee! Urashimataro si tenne stretto, chiedendosi dove stavano andando e quanto fosse lungo il cammino, e per tre giorni viaggiarono incessantemente negli abissi del mare, finché finalmente la tartaruga si arrestò davanti a uno splendido palazzo, che scintillava d'oro e d'argento, cristallo e altre pietre preziose; si fermarono lì, e lì c'erano grosse quantità di corallo rosa pallido e perle splendenti. Tuttavia Urashimataro era impressionato dalla bellezza del luogo, ed era rimasto senza parole davanti alla hall del palazzo, che era illuminato dalle scale scintillanti. "Dove mi hai portato?" chiese alla sua guida a voce bassa. "Al palazzo di Ringu, la dimora del dio del mare, dal quale tutte le nostre vite dipendono" disse la tartaruga. "Io sono la prima damigella di sua figlia, l'adorabile principessa Otohime, che vedrai tra poco." Urashimataro era molto confuso da questa avventura che gli era capitata, che aspettò in uno stato di completo sbalordimento, di sapere cosa sarebbe accaduto di lì a poco. Ma la tartaruga, che aveva parlato così tanto di lui alla principessa, da farle desiderare ardentemente di conoscerlo, saputo che egli si trovava lì, andò subito ad accoglierlo. E subito la principessa capì che il suo cuore era tutto per lui, così, lo pregò di restare con lei, ed in cambio promise che non sarebbe mai invecchiato, e la sua bellezza non sarebbe mai svanita. "Questo non ti basta?" chiese ella, sorridente, con lo sguardo radioso come il sole; Urashimataro rispose di sì, e rimase lì. Per quanto? Questo lo avrebbe saputo solo più tardi.

Da quel momento trascorse lì la sua vita, e ad ogni ora si sentiva più felice che mai, finché un giorno fu assalito da una terribile nostalgia di casa. Cercò di combattere questo sentimento, pensando a quanto avrebbe addolorato la principessa, ma la nostalgia si fece sempre più forte, da non poterla più nascondere, e allora la principessa, vedendolo così triste, gli chiese cosa non andasse. Allora egli si confidò, dicendo che desiderava rivedere ancora una volta i suoi genitori. Fu una risposta che la agghiacciò di terrore, e lo implorò di non lasciarla, e che, se l'avesse fatto, ne era sicura, qualcosa di terribile sarebbe accaduto. "Tu non tornerai più, e noi non ci rivedremo mai più" gemette tristemente; ma Urashimataro rimase tranquillo e ripeté: "Ti lascerò solo per questa volta, e poi ritornerò per sempre." La principessa scosse la testa tristemente, ma rispose: "C'è solo un modo per riportarti qui al sicuro, ma temo che non accetterai mai le condizioni." "Farò tutto ciò che vuoi per tornare da te" esclamò il giovane, guardandola teneramente, ma la principessa rimase in silenzio: lei sapeva troppo bene che se l'avesse lasciato andare, non l'avrebbe mai più rivisto. Allora prese da uno scaffale una piccola scatola d'oro e la diede a Urashimataro, pregandolo di custodirla gelosamente, e sopratutto, di non aprirla mai. "Se farai come ti dico" disse, dicendogli addio, "la tua amica fedele, la tartaruga, ti riaccompagnerà in superficie, e poi ti ricondurrà da me." Urashimataro ringraziò dal profondo del cuore, e giurò solennemente che avrebbe rispettato i patti. Custodì gelosamente la scatolina nei suoi vestiti, salì in groppa alla tartaruga, e svanì nell'oceano, salutando la principessa con la mano. Navigarono tre giorni e tre notti, e al mattino del quarto giorno Urashimataro arrivò alla spiaggia vicino a casa sua. La tartaruga lo salutò e se ne andò.

Urashimataro si affrettò con passi gioiosi verso il villaggio. Vide i comignoli fumare e grandi piante verdi alte e rigogliose. Sentì le urla dei bambini, e passando davanti a una finestra udì il suono del koto = (strumento giapponese a corde), e nel complesso, tutto sembrava dargli il bentornato. Improvvisamente sentì un tuffo al cuore mentre vagava per la via: tutto sembrava cambiato, e non riconosceva nessuna delle case e delle persone a lui familiari. Di lì a poco vide la sua vecchia casa; sì, era ancora in piedi, ma aveva un aspetto strano. Bussò ansiosamente alla porta, e chiese alla donna che aprì notizie dei suoi genitori, ma ella non ne sapeva niente e non poté dargli alcuna notizia. Preoccupatissimo, si precipitò al giardino per sapere ciò che necessitava di sapere, cioè, se mai i suoi genitori si trovassero sepolti lì, e purtroppo, aveva ragione. Presto fu davanti alle tombe di loro, e la data della loro morte corrispondeva al giorno in cui essi avevano perso il loro figlio: il giorno in cui egli rinunciò a loro per restare con la figlia del dio del mare. Scoprì in questo modo che ben tre lunghi anni erano trascorsi da quando aveva lasciato casa sua. Tremante alla vista della scoperta appena fatta, ritornò verso il villaggio, sperando di incontrare qualcuno che lo riconoscesse e che potesse dargli qualche informazione sugli eventi passati. Quando un uomo parlò, realizzò che non stava purtroppo sognando, e all'improvviso si sentì svenire. Disperato, si ricordò della famosa scatolina che gli aveva donato la principessa; forse, dopo tutto, quei fatti non erano veri, e forse era vittima di qualche maledizione, e forse nelle sue mani poteva esserci l'antidoto. Quasi incoscientemente aprì la scatola, e un vapore color porpora fuoriuscì; tenne la scatola tra le mani, e guardando dentro, vide che la fresca e giovane mano si era improvvisamente tramutata in quella di un vecchio. Corse verso il ruscello, che sgorgava limpido dalla montagna, e specchiandosi nell'acqua vide la sua immagine riflessa, ed era l'immagine di una mummia che guardava verso di lui. Spaventato a morte, fece ritorno al villaggio, e nessun uomo né donna riconobbe in lui il giovane e forte pescatore che aveva fatto ritorno solo un'ora prima.

Si trascinò stancamente verso la riva, e lì sedette tristemente su una roccia, chiamando a gran voce la tartaruga, la quale però non tornò mai più. In compenso, la morte venne presto a liberarlo.

Egli non lo sapeva, ma prima che ciò accadesse, alcune persone che lo avevano visto lì seduto da solo sullo scoglio, avevano saputo della sua storia, e quando i loro figli erano inquieti, allora essi raccontavano loro del buon figliolo che, per amore dei suoi genitori, aveva rinunciato allo splendore e alle meraviglie del palazzo del mare, e alla più splendida donna mai vista sulla terra.